Consulenza Strategica in Comunicazione Istituzionale e Corporate

Imprese di Talento consulente per la comunicazione di Banca Generali Un Campione per Amico 2019

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Imprese di Talento consulente per la comunicazione di Banca Generali Un Campione per Amico 2019

Imprese di Talento ancora al fianco, dopo cinque anni di attività, di quattro grandi campioni dello sport mondiale per promuovere nei confronti dei bambini messaggi abilitanti legati all’importanza dell’attività motoria, della sana alimentazione, della diversity, della gestione della vittoria e della sconfitta.

Imprese di Talento curerà anche per il 2019 tutte le attività di ufficio stampa del più importante tour educativo sportivo, patrocinato dal CONI, sponsorizzato da Banca Generali, organizzato oggi in Italia. Clicca qui per saperne di più

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L'ascolto oltre lo sguardo come nuovo paradigma delle associazioni di professionisti

Smantelliamo le caste, togliamo i privilegi, scardiniamo lo status quo! Evocazioni rivoluzionarie di una società che da una parte invoca un cambiamento, dall’altra tende a chiudersi all’interno di una mediocrità perimetrale che poco ha a che vedere con un reale cambio di passo. Tra i mondi corporativi nati con l’obiettivo di rappresentare ma spesso caduti nella tentazione di preservare per non evolvere, rientrano le associazioni di professionisti, recinti all’interno dei quali spiccano professionalità ed esperienze importanti, unite da un meccanismo di rappresentatività che ha la tendenza a parlare in modo autoreferenziale e non riesce più ad ascoltare, se stessa e chi rappresenta.

La crisi identitaria, che talvolta destabilizza di riflesso governance e bilanci, di moltissime organizzazioni di rappresentanza è una testimonianza chiara del fatto che non ci si accontenta più di far parte di un gruppo, più o meno grande che sia, influente o meno, portatore di privilegi un tempo da indossare come il vestito della domenica, oggi dimenticati nel cassetto della distrazione, si cerca qualcosa di più, un arricchimento che supera il senso di appartenenza. Si va alla ricerca disperata di un ascolto che consenta di allargare la propria visuale; di un ascolto che vada incontro alle esperienze e non le intercetti solo per convenienza; di un ascolto che possa trasformarsi in eco, propagando idee e coraggio.

Chi si trova a far parte di un’associazione di professionisti, come semplice socio o con qualsiasi ruolo o carica ricoperta, deve chiedere e promuovere un ascolto condiviso, continuo che vada oltre lo sguardo, perché l’oggi lo possiamo interpretare, il domani, che è poi la variabile che ci interessa di più, perché ci porta ad elaborare strategie e anche bilanci preventivi, è molto più difficile da contornare se pensiamo come singoli. Se ragioniamo invece come una vera rappresentanza, unendo le vision, le esperienze, le sensazioni, allora può essere fattibile provare ad essere degli strateghi previsionali.

Il ruolo quindi di un’associazione che rappresenta una categoria di professionisti deve necessariamente rispondere ad una esigenza tanto banale quanto complicata: ascoltare e ascoltarsi, continuamente. Non siamo più abituati a farlo, siamo pigri e forse abbiamo anche un po’ di paura del futuro, ecco il perché sempre più spesso si rimane fermi o al contrario si viaggia pericolosamente senza una chiara meta, evocando ruoli ed etichette che illuminano solo l’ego di chi le esterna.

Un nuovo paradigma, quello dell’ascolto, che consentirà un nuovo modello di ingaggio associativo, in cui al centro rimane la persona e la sua capacità di essere ascoltato e ascoltatore.


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La comunicazione "felpata" della politica

L’abito fa il monaco! E’ un dato di fatto: gli attuali esponenti del Governo Italiano, in particolar modo i due Vice-Premier, comunicano tanto e in modo diversificato. Usano un linguaggio diretto, chiaro nell’esemplificazione e popolare nella comprensione; poca liturgia politica, tanta globalizzazione di piazza. Ma si sa, le parole alle volte non bastano, servono il contatto, la vicinanza, la sintonia, un modo che consenta a chiunque di sentirsi rappresentato grazie ad un gesto, ad un linguaggio, ad una presenza scenica da leader. Torniamo all’apertura di questo articolo: l’abito fa il monaco. Succede quindi che sia Salvini sia Di Maio decidano sempre più spesso, con più abitudine il primo rispetto al secondo Vice Premier, di presentarsi davanti a telecamere e smartphone, indossando “outfit” brandizzati forze dell’ordine o protezione civile. Gesti di comunicazione che possono da una parte rendere il politico meno politico e più cittadino, con benefici all’immagine e dell’idea politica che promuove, dall’altra provocare qualche mugugno da parte di chi quelle divise le indossa tutti i giorni per difendere il Paese, proteggere e salvare i suoi cittadini. Succede quindi che, notizia di oggi, la sigla sindacale usb dei vigili del fuoco italiani (notizia ripresa dal corriere.it di cui la foto di questo articolo si riferisce) decida di denunciare per via amministrativa il Ministro dell’Interno Salvini per “porto abusivo di divisa” o che l’ex capo della Protezione Civile, Guido Bertolaso, tuoni contro Luigi Di Maio, reo di aver indossato caschetto e felpa con logo della corpo durante la sua visita a Catania dopo il sisma del periodo natalizio. Nel mezzo si intromette Roberto Saviano che “una volta tanto” giudica con una sprizzante comunicazione “un fatto gravissimo” il gesto di Salvini di indossare divise legate alle forze dell’ordine.

La risposta del Ministro non si fa attendere, ovviamente tramite un tweet:”GRAVISSIMO, un abuso!” Per me ricevere in dono e indossare giacche e distintivi delle Forze dell’Ordine è un ORGOGLIO! Un riconoscimento del lavoro di questi mesi e del pieno sostegno a chi indossa una divisa. Mi spiace per Saviano che non può dire e fare altrettanto :-) ” Notare il sorrisetto finale!

Fuori dal contesto polemico e politicamente strumentalizzabile, cosa che non ci interessa fare, è interessante osservare il mutamento dei processi di comunicazione dei nostri politici: le frustate ormai si danno e si prendono tramite tweet; l’immagine conta molto più che in passato: ha iniziato Matteo Renzi svecchiando l’idea del politico, serio, anziano e bruttarello, sponsorizzando in prima persona il modello di politico brillante e fuori dalle righe, dal giubottino di pelle, i sorrisi adolescenziali e la colonna sonora “We are Young”. Una strada da cui non si può più tornare indietro, tant’è vero che il giudizioso e cauto Gentiloni poco è durato. Alla fine la comunicazione che funziona è quella che fa breccia, che abbraccia, che corteggia, che minaccia: non sono solo parole, sono parole animate, associate, sottolineate, ripetute. Un modello di comunicazione che mette al centro il potere visibile, mentre in passato il potere era occulto. Che funzioni e che soprattutto premi questo tipo dialogo tra la politica e il Paese è ancora tutto da verificare, certo che è che si ha come la sensazione che i periodi da Moro a Berlinguer, da Craxi ad Andreotti siano ormai veramente un ricordo e forse per qualcuno un rimpianto. Oggi siamo diversi e ce lo dicono anche i politici che scegliamo e a quali chiediamo possiamo fare un selfie insieme? Tutto torna nella comunicazione.


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L'arte comunica, l'arte è comunicazione

Tempo fa un gallerista di grande esperienza della “vecia milan” mi disse: “sai perché gli appassionati e gli acquirenti veri di arte sono sempre meno? Perché hanno smesso di andare alle mostre per lasciarsi catturare da dipinti, fotografie, sculture o altre diavolerie artistiche, l’unica cosa che conta è dire che sono stati in galleria o in mostra e testimoniarlo attraverso immagini postate sui social network”, di contro in modo istintivo gli ribattei: ” ma questo le sembra un male? Non pensa che l’arte per essere compresa veramente e per contagiare anche chi non ha grande conoscenza, debba comunicare oltre la sua dimensione statica e ancestrale?” Il vecio rimase in silenzio e poi disse in dialetto: ” Boh… El gh’ha el dun de Dio de capì nagott… “che tradotto significa – si vede che ho il dono di Dio di non capire nulla.

Ho ripreso questo simpatico episodio rimasto latente nella mia mente per articolare una riflessione sul tema “l’arte comunica, l’arte è comunicazione” traendo spunto da una recentissima visita fatta alla mostra “Inside Magritte”  il nuovo e inedito percorso espositivo multimediale dedicato al grande maestro surrealista René Magritte (1898 –1967) promosso dal Comune di Milano, ideato e firmato da Crossmedia Group – Hepco insieme a 24 ORE Cultura che coproducono la tappa milanese per la regia di The Fake Factory.

Per la prima volta in assoluto una mostra monografica digitale e multisensoriale dedicata all’artista belga consente ai visitatori di essere, in modo interattivo, in simbiosi con  le atmosfere e i soggetti delle opere esposte tra cui vale la pena citare gli uomini in bombetta che galleggiano nel cielo delle metropoli, i corpi umani con la testa di pesce, la famosa pipa-non-pipa (Ceci n’est pas une pipe).

Un modo di comunicare l’arte che consente di meglio esplicitare quanto l’arte comunichi: un processo di “disgregazione stereotipale” capace di contagiare un pubblico ampio e diversificato, attraverso una comunicazione emozionalmente tecnologica. Pare un ossimoro affiancare l’arte alla tecnologia, non è così, oggi riuscire a fare uno storytelling efficace di una mostra o di un artista, innalza ancor più la conoscibilità e la comprensione del talento espresso all’interno di un dipinto o di un’opera artistica più in generale.

La differenza quindi è oggi nel riuscire a comunicare l’espressione artistica attraverso strumenti di comunicazione open, ovvero accessibili e praticabili da chiunque, in qualunque posto e in qualsiasi momento. L’arte oggi deve essere liquida.

La mostra “Inside Magritte” ne è una testimonianza importante, perché innalza la genialità di Magritte attraverso percorsi di comunicazione interattivi, emozionali e narrativi, una sperimentazione che rende l’arte ancor più viva e vibrante di quanto già non lo sia.

Si tratta quindi di costruire intorno a qualunque forma artistica, processi di comunicazione, e in particolare di racconto, tali da coinvolgere un pubblico ampio e diverso, perché l’arte è di tutti e per tutti, serve forse cambiare modo di raccontarla, per dare ancor più lustro a bellezza e talento.


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Esperti di comunicazione, c'è bisogno di voi!

In un’epoca storica dove conta più la tempestività rispetto alla fonte; dove si cerca il “like” a tutti i costi, attraverso una immagine, sia essa autentica sia photoshoppata, un video, sia esso in diretta o montato, oppure “urlando” una frase ad effetto, il più delle volte contro qualcosa o qualcuno; dove l’omologazione vince sul “controvento”, diventa centrale analizzare il processo di comunicazione, di persone e aziende, per capire la loro affidabilità e reputazione, al fine di comprenderne l’autenticità. Un tempo nelle persone si cercava la verità, oggi serve capire prima di tutto se sono reali o hanno degli avatar in avanscoperta.

In sostanza servono analisti del processo comunicativo, esperti dei linguaggi, professionisti della buona e autentica reputazione. Questo è il primo importante messaggio che il dotto Marco Rossi, tra i più noti psichiatri italiani, rimarca durante la sua intervista su Talent Room, il blog di Imprese di Talento.

Q: In base alla sua esperienza qual è il rapporto oggi tra comunicazione e diversità?

A: Parlare di comunicazione oggi non è semplice, proprio perché è un processo disintermediato che non sempre risulta essere facilmente controllato e controllabile. Vedo tra le persone, e non solo giovani, più la voglia di esternalizzare l’enfatizzazione che di comunicare coerenza e originalità. La sensazione certe volte è quella di andare in crisi di astinenza da comunicazione, come se da un momento all’altro dovesse scattare una censura collettiva, per cui ora vale tutto. Il rischio che corriamo percorrendo questa direzione è quello di abbassare notevolmente la soglia della nostra credibilità. Omologandoci non siamo più autentici e originali, per cui diventa scontato, ma non giusto, isolare la diversità, pensando che questa non produrrà “followers”.

Q: Il web e i social network quindi hanno di fatto reso l’informazione e la comunicazione più veloce ma meno sicura e approfondita?

A: Sempre più vedo nel processo di comunicazione, che poi dovrebbe essere semplicemente una scelta di condivisione legata ai valori in cui crediamo, che di riflesso illuminano il nostro lavoro e la nostra quotidianità personale, troppa alterazione, enfatizziamo esponenzialmente ciò che riteniamo possa “colpire” l’esterno, anche a costo di mettere in serio pericolo la nostra autenticità e coerenza.

Q: A proposito di essere autentici e coerenti, quali sono tra gli individui le fake news più usuali che tendono a comunicare?

A: Siamo tutti ormai troppo belli e bravi. Ovviamente è una provocazione. Proviamo per un istante a consultare i nostri social network, i siti di informazione, le notizie che ci arrivano; quello che più ci colpisce è il contenuto di un post o di una notizia, oppure il titolo, l’immagine o il video che li presentano o annunciano? Oggi incuriosire una persona è molto semplice, sia perché esistono molte risorse (strumenti e competenze in particolare) rispetto al passato, sia perché tutti quanti noi siamo più predisposti a valutare la tipologia e l’originalità della proposta. E’ assai più complicato mantenere l’attenzione nel tempo. A lungo andare infatti l’effetto “wow” tende a sgonfiarsi e se alla base non ci sono valori veri e autentici, la nostra credibilità, prima ancora che la considerazione degli altri, va in crisi. Aggiungo inoltre che non possiamo pensare di tenere sotto controllo la nostra autenticità affidandoci solamente alla privacy che io considero, così come spesso ci viene presentata, una fake news. Non è la regolamentazione dei nostri dati sensibili, che rimane in ogni caso di difficile gestione e soprattutto controllo, che ci aiuta ad essere più veri e coerenti tra pensieri e azioni. Siamo noi che dobbiamo ritrovare un modello di comunicazione differente, più vicino alla nostra identità rispetto a quella dell’universo mondo.

Q: Questa risposta introduce in effetti un tema centrale della comunicazione, ovvero la conoscenza. Si comunica troppo, su ogni cosa, e spesso manca l’approfondimento. Qual’è il suo pensiero al riguardo?

A: Approfondire deve essere un piacere non un dovere. Il sapere si basa proprio sulla conoscenza approfondita, sull’analisi comparata, sui confronti incrociati; abbassare la soglia di attendibilità di un argomento, rimanendo in superficie, senza scavare a fondo, rischia di compromettere non solo l’informazione ma l’intero sistema di ricerca delle informazioni.

Q: Comunicare oggi è più un rischio o un’opportunità?

A: Intanto alla base di qualunque processo di comunicazione ci devono essere uno studio approfondito dei target che si vogliono raggiungere e una preparazione adeguata, sia tematica/contenutistica sia legata agli strumenti scelti per comunicare. Trasversalmente servono curiosità, originalità e tanta ricerca. Se non siamo in grado di farlo in modo autonomo, affidiamoci ai professionisti della comunicazione, così evitiamo di mettere in serio pericolo la nostra credibilità e la nostra reputazione. Comunicare è un’opportunità che deve generare un valore, non tanto e non solo nel breve, quanto nel medio e nel lungo periodo.


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Claudio Velardi analizza la comunicazione dei leader politici

Matteo Salvini è oggi il leader che comunica al meglio la propria strategia politica. Renzi è solo contro tutti, Berlusconi è un déjà-vu, Luigi Di Maio meno efficace di Alessandro Di Battista, che però non è candidato.

In politica, ancor di più durante una campagna elettorale, comunicare in modo efficace ed assertivo le proprie proposte di cambiamento, rispetto allo status quo, può essere determinante per ottenere il consenso. Il che non significa automaticamente riuscire a governare. Se pensiamo all’attuale legge elettorale e all’imminente chiamata alle urne, le possibilità che un partito o una coalizione riescano a garantire stabilità per un’inizio “tranquillo” di legislatura, sono molto basse.

Questi i dati oggettivi: esistono poi una serie di variabili più “emozionali” che rendono un leader politico più credibile, o se vogliamo meno scontato, rispetto ad un altro, e non solo per quello che dice, ovvero per il programma elettorale, ma per come lo esprime.

La comunicazione è sempre stata un’arma a doppio taglio per chi è nella politica o per chi prova ad entrarci per la prima volta: non si può improvvisare, servono strategia, profonda conoscenza e studio degli elettori, serve tattica ma anche emozionalità. Rispetto al passato sono aumentati gli strumenti di relazione e di ingaggio verso il pubblico, al contempo la fiducia e il consenso non si guadagnano più attraverso i comizi in piazza o le cene elettorali, serve un’alchimia quasi perfetta tra comunicazione on e offline, tra un passaggio televisivo e un tweet, tra un’intervista efficace e una diretta social.

Vediamo come si sono comportati i leader politici in queste ultime settimane di campagna elettorale. Lo abbiamo chiesto a Claudio Velardi, Presidente Fondazione Ottimisti&Razionali e consulente in comunicazione politica, già fondatore di Reti&Running.

Q: Rispetto alle ultime politiche, che differenze hai notato in queste settimane di campagna elettorale, in termini di efficacia in comunicazione da parte dei leader politici italiani?

A: Intanto la percezione è che, pur essendo entrati nel vivo della campagna elettorale non da molto tempo, dopo il Referendum sembra non si sia mai smesso di parlare di un nuovo esecutivo, di elezioni anticipate, di voto e di programmi. Se analizziamo oggi l’efficacia della comunicazione dei nostri leader politici, a prescindere dai programmi e dalle idee, sicuramente Matteo Salvini è colui che è riuscito ad esprimere meglio la propria idea e identità politica, costruendola su concetti semplici e chiari, che puntano all’emozionalità degli elettori. Renzi, dopo la sconfitta referendaria, ha assunto un profilo decisamente più cauto e meno aggressivo, lasciando spazio alla sua squadra di partito, Berlusconi è ormai un déjà-vu mentre Luigi Di Maio appare molto meno efficace rispetto ad esempio ad Alessandro Di Battista, che però non è candidato.

Q: Quanto incide oggi, in termini di consenso, una strategia efficace di comunicazione on-line, pensiamo ai social o ai vari blog?

A: Certamente, rispetto al passato, i social network rappresentano una frontiera imprescindibile nella ricerca del consenso politico, ma non è, e deve essere, l’unico strumento per comunicare con gli elettori. I confronti televisivi, soprattutto tra leader politici, funzionano ancora molto: in realtà sono gli stessi leader che non li amano e conseguentemente li evitano. Sono pericolosi perché in un arco di tempo molto ridotto ti giochi parecchia reputazione, ossia il voto o il non voto. Con questa legge elettorale si sta assistendo ad una campagna in cui i protagonisti non sono i leader ma i candidati nei vari collegi che, per ottenere il consenso, devono girare i territori, conoscere e trasmettere con efficacia il programma nazionale, sforzandosi anche di contestualizzarlo a livello locale. E’ un lavoro di fino, che sicuramente potrebbe generare sorprese in termini voti.

Q: Che idea ti sei fatto sulla strategia dei media italiani nei confronti dei leader e della loro campagna elettorale?
A: Ai media italiani conviene l’affermazione di uno stato di instabilità politica perché in quel caso riescono ad essere più efficaci in termini di influenza nel Paese. Tutto lascia presagire che sarà proprio quello che accadrà dopo il 4 di marzo. Staremo a vedere.


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Il Centro di Formazione CIAC affida la gestione della propria comunicazione corporate e istituzionale a Imprese di Talento

Il Consorzio Interaziendale per la formazione professionale CIAC in un’ottica di sviluppo e di valorizzazione della propria brand awareness ha affidato ad Imprese di Talento le attività di consulenza strategica di comunicazione corporate ed istituzionale.


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I social network servono per promuovere e valorizzare gli studi legali?

Concentrazione, globalizzazione, specializzazione e rivoluzione tecnologica hanno radicalmente modificato l’industria dei servizi legali, evidenziando il ruolo delle strategie di marketing e comunicazione come leva competitiva in tutte le fasi di vita dello studio.

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Due nuovi clienti per Imprese di Talento: Assalzoo e Ginalco Srl

Imprese di Talento per l’anno 2017 curerà le relazioni istituzionali, l’ufficio stampa e le media relations di due nuovi clienti: Assalzoo, l’Associazione Nazionale di Confindustria che rappresenta i produttori di alimenti zootecnici e Ginalco Srl azienda leder nel trattamento della lamiera.

Queste due realtà si aggiungono alle tante organizzazioni, aziende e associazioni che, a partire dal 2013, anno di fondazione di Imprese di Talento, hanno condiviso visione e modalità di azione di un brand che si pone nel mercato della consulenza in comunicazione non come fornitore di un servizio ma come facilitatore di un processo di valorizzazione e implementazione, posizionamento e reputazione di brand e talenti.