Consulenza Strategica in Comunicazione Istituzionale e Corporate

#allupoallupo

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Come insegna la morale della favola “Al lupo al lupo” conosciuta anche come lo scherzo del pastore, attribuita ad Esopo, chi dà falsi allarmi non è più creduto neanche quando dice una verità. E’ una delle prime “lezioni” educative che si impartiscono ai bambini confermando che raccontare la verità è sempre la soluzione più giusta. Quello che non si spiega ai bambini è che la verità può essere comunicata in tanti modi e non sempre il risultato ottenuto, genera trasparenza e tranquillità, soprattutto al giorno d’oggi dove gran parte dell’informazione transita e viene amplificata, attraverso commenti, post, tweet e condivisioni, sui canali social.

Nessuna messa al bando della comunicazione online, la responsabilità non è dello strumento bensì di chi diventa editore di se stesso. Un caso che ha tenuto banco nelle ultime settimane e che ha riempito le bacheche di milioni di utenti del web, è stato il tormentone legato al nuovo allenatore della squadra di calcio campione d’Italia.

Abbiamo assistito per giorni ad un crescente isterismo social che ha generato un vortice di comunicazione molto interessante da analizzare, proprio perché alla base le informazioni su cui è stata costruita la digital spy story erano frammentate e realmente di difficile interpretazione. Ovviamente trattandosi della regina del calcio italiano e delle più importanti squadre di calcio al mondo tutti i fari erano rivolti sulla dirigenza e sul nuovo nome dell’allenatore. C’è una data però che ha segnato un fatto certo: il 23 maggio, un’agenzia stampa lancia una indiscrezione, utilizzando sempre la forma verbale del condizionale, che darebbe per imminente la firma di un Top Mister per guidare il club italiano nei prossimi 4 anni. BOOM! Inizia il digital show: per settimane sino alla comunicazione ufficiale che annunciava l’accordo con un altro Mister, si è assistito ad una vera e propria telenovela social, dove il sogno si confondeva con la realtà, dove l’informazione certa e circostanziata sembrava non contare più nulla, tutto era un “cerca-cerca” di prove, indizi, suggestioni, legate a quel nome, quello doveva essere il nuovo allenatore, quello giusto, quello che tutti volevano.

Questa vicenda ha messo in luce una grande falla legata al processo della comunicazione social: le gestione dell’emotività di chi edita o commenta un contenuto sui media digitali. Il tema oggi è proprio questo, lavorare sul valore che un contenuto possiede in quanto tale e sull’effetto che esso può generare verso l’esterno. Non possiamo pensare di considerare l’informazione una comunicazione d’impulso, serve capire the last and the after, ovvero ciò che genera una notizia e soprattutto l’effetto che potrebbe provocare. Quante volte ci sarà capitato di condividere un post o un tweet e poi accorgerci che quel contenuto che abbiamo consapevolmente voluto evidenziare sui nostri profili social al nostro pubblici, in realtà è una notizia vecchia o non confermata. In questo caso la nostra disattenzione va a influire sulla nostra coerenza percepita, e questo non è buono, se vogliamo che la nostra identità reale corrisponda con quella digitale. In caso contrario saremo noi ad essere delle fake news.

Il tema è quindi molto importante e delicato, che abbraccia un modello di informazione che deve tornare ad essere considerato un esempio da capire meglio e da trattare con profondo rispetto. Divulgare un’informazione è un effetto che deve venire dopo, e soprattutto deve essere ispirato da un senso di responsabilità ragionato e non certo emotivo. Anche perché come dicevano i latini “verba volant, scripta manent”.


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Esperti di comunicazione, c'è bisogno di voi!

In un’epoca storica dove conta più la tempestività rispetto alla fonte; dove si cerca il “like” a tutti i costi, attraverso una immagine, sia essa autentica sia photoshoppata, un video, sia esso in diretta o montato, oppure “urlando” una frase ad effetto, il più delle volte contro qualcosa o qualcuno; dove l’omologazione vince sul “controvento”, diventa centrale analizzare il processo di comunicazione, di persone e aziende, per capire la loro affidabilità e reputazione, al fine di comprenderne l’autenticità. Un tempo nelle persone si cercava la verità, oggi serve capire prima di tutto se sono reali o hanno degli avatar in avanscoperta.

In sostanza servono analisti del processo comunicativo, esperti dei linguaggi, professionisti della buona e autentica reputazione. Questo è il primo importante messaggio che il dotto Marco Rossi, tra i più noti psichiatri italiani, rimarca durante la sua intervista su Talent Room, il blog di Imprese di Talento.

Q: In base alla sua esperienza qual è il rapporto oggi tra comunicazione e diversità?

A: Parlare di comunicazione oggi non è semplice, proprio perché è un processo disintermediato che non sempre risulta essere facilmente controllato e controllabile. Vedo tra le persone, e non solo giovani, più la voglia di esternalizzare l’enfatizzazione che di comunicare coerenza e originalità. La sensazione certe volte è quella di andare in crisi di astinenza da comunicazione, come se da un momento all’altro dovesse scattare una censura collettiva, per cui ora vale tutto. Il rischio che corriamo percorrendo questa direzione è quello di abbassare notevolmente la soglia della nostra credibilità. Omologandoci non siamo più autentici e originali, per cui diventa scontato, ma non giusto, isolare la diversità, pensando che questa non produrrà “followers”.

Q: Il web e i social network quindi hanno di fatto reso l’informazione e la comunicazione più veloce ma meno sicura e approfondita?

A: Sempre più vedo nel processo di comunicazione, che poi dovrebbe essere semplicemente una scelta di condivisione legata ai valori in cui crediamo, che di riflesso illuminano il nostro lavoro e la nostra quotidianità personale, troppa alterazione, enfatizziamo esponenzialmente ciò che riteniamo possa “colpire” l’esterno, anche a costo di mettere in serio pericolo la nostra autenticità e coerenza.

Q: A proposito di essere autentici e coerenti, quali sono tra gli individui le fake news più usuali che tendono a comunicare?

A: Siamo tutti ormai troppo belli e bravi. Ovviamente è una provocazione. Proviamo per un istante a consultare i nostri social network, i siti di informazione, le notizie che ci arrivano; quello che più ci colpisce è il contenuto di un post o di una notizia, oppure il titolo, l’immagine o il video che li presentano o annunciano? Oggi incuriosire una persona è molto semplice, sia perché esistono molte risorse (strumenti e competenze in particolare) rispetto al passato, sia perché tutti quanti noi siamo più predisposti a valutare la tipologia e l’originalità della proposta. E’ assai più complicato mantenere l’attenzione nel tempo. A lungo andare infatti l’effetto “wow” tende a sgonfiarsi e se alla base non ci sono valori veri e autentici, la nostra credibilità, prima ancora che la considerazione degli altri, va in crisi. Aggiungo inoltre che non possiamo pensare di tenere sotto controllo la nostra autenticità affidandoci solamente alla privacy che io considero, così come spesso ci viene presentata, una fake news. Non è la regolamentazione dei nostri dati sensibili, che rimane in ogni caso di difficile gestione e soprattutto controllo, che ci aiuta ad essere più veri e coerenti tra pensieri e azioni. Siamo noi che dobbiamo ritrovare un modello di comunicazione differente, più vicino alla nostra identità rispetto a quella dell’universo mondo.

Q: Questa risposta introduce in effetti un tema centrale della comunicazione, ovvero la conoscenza. Si comunica troppo, su ogni cosa, e spesso manca l’approfondimento. Qual’è il suo pensiero al riguardo?

A: Approfondire deve essere un piacere non un dovere. Il sapere si basa proprio sulla conoscenza approfondita, sull’analisi comparata, sui confronti incrociati; abbassare la soglia di attendibilità di un argomento, rimanendo in superficie, senza scavare a fondo, rischia di compromettere non solo l’informazione ma l’intero sistema di ricerca delle informazioni.

Q: Comunicare oggi è più un rischio o un’opportunità?

A: Intanto alla base di qualunque processo di comunicazione ci devono essere uno studio approfondito dei target che si vogliono raggiungere e una preparazione adeguata, sia tematica/contenutistica sia legata agli strumenti scelti per comunicare. Trasversalmente servono curiosità, originalità e tanta ricerca. Se non siamo in grado di farlo in modo autonomo, affidiamoci ai professionisti della comunicazione, così evitiamo di mettere in serio pericolo la nostra credibilità e la nostra reputazione. Comunicare è un’opportunità che deve generare un valore, non tanto e non solo nel breve, quanto nel medio e nel lungo periodo.


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I social network servono per promuovere e valorizzare gli studi legali?

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